Giustizia: ‘a nuttata è ancora lunga
Espugnato Palazzo Chigi e il Campidoglio, archiviato in via definitiva il
Dopoguerra, l’inedito appaesement tra vincitori e vinti nell’imminenza della
prossima legislatura costituente è quasi un must.
Anche perché oggi dal
centrodestra spirano non più refoli, ma autentiche folate in grado di spingere
parecchi, se non ad assidersi, quanto meno a lambire il predellino sul carro del
vincitore. Se n’è accorto persino “barbapapà” Scalfari, lesto come non mai nel
disporsi all’autodafé dopo la lunga serie di topiche mediatiche sulle recenti
evoluzioni del quadro politico. E non sfugge alla melassa neppure il Terzo
potere, col gentlement’s agreement del presidente dell’Anm Luerti che si
dichiara pronto a collaborare col nuovo governo tra il sollievo di quanti
mostrano di avere a cuore il rapporto, non sempre sereno, tra l’Ordine
giudiziario e gli altri poteri dello Stato. Date le troppe e troppo complesse
questioni a margine, però, sarà dura. Nel mare magnum degli elementi di
valutazione, spiccano tre snodi da cui far discendere buona parte dei vizi –
politicizzazione, tempi biblici, ecc. - che hanno fin qui caratterizzato,
affliggendola, la Giustizia dell’Italia repubblicana. Partendo da un
significativo, ormai quarantennale episodio: il varo del concetto (poco)
vagamente leninista di magistrato antisistema, sorta di contraltare giudiziario
del legislatore – i cui tratti, secondo voci critiche, non sarebbe stato
peregrino definire eversivi – teorizzato durante il congresso che l’ANM tenne a
Trieste nel lontano 1970. “Il significato concreto delle leggi dipende in primo
luogo dalla scelta di valore fatta dall’interprete”, recitava il leit motiv tra
non pochi addetti ai lavori. Assioma su cui diverse toghe conversero, adombrando
una “vocazione legislativa” che certi magistrati avrebbero dovuto perseguire
mediante una relativistica interpretazione del momento attuativo delle norme.
Una conclusione autoreferente e propedeutica ad una discrezionalità giudiziaria
i cui cascami ancora oggi rappresentano una turbativa in grado di minare la
credibilità della Giustizia. Poi la riforma Andreotti-Vassalli del codice di
procedura penale, varata nell’ottobre del 1989, ovvero la trasposizione in
legge, a detta di autorevoli osservatori, di schematismi ideologici mutuati
dalla sociologia giuridica statunitense secondo cui "(...) la verità processuale
non è la conformità ai fatti reali accertabile d’ufficio con metodo
empirico-scientifico e con ogni possibile strumento, bensì una verità di genere
retorico-argomentativo che riesce a imporsi attraverso la logica dialettica del
contraddittorio”. Interpretazione che certo non concorse - tutt’altro – a
frenare l’oggettiva e montante sensazione d’impunità nella sempre più vasta
platea delinquenziale. Infine il referendum del 1987 sulla responsabilità civile
dei magistrati, con ben l’80% dei cittadini che si espresse per la punibilità
delle toghe. Una volontà inequivoca, cui però venne subito dopo sottratta ogni
fattibilità con l’approvazione della cosiddetta legge Vassalli (ancora lui),
votata da Pci, Psi, Dc – tanto per non fare torto a nessuno – a mezzo cui il
(poco) dolce Leviatano si fece beffe della scelta referendaria, dirottando la
responsabilità di eventuali errori non sul magistrato, ma sullo Stato. Che solo
successivamente si sarebbe rivalso in termini pecuniari nei confronti della
toga, ma non oltre un terzo degli emolumenti annui. Parafrasando un antico
motteggio, fatto il referendum, trovata la legge. I migliori auguri di buon
lavoro al dottor Luerti e a
Silvio Berlusconi, dunque, ma ‘a nuttata sarà
ancora lunga.
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